Nell'anno della crisi: imprese, internazionalizzazione, mercati locali

Nell'anno della crisi: imprese, internazionalizzazione, mercati locali
Viviamo, presumibilmente, nell'anno di emersione di una delle grandi crisi cicliche dell'economia capitalistica moderna, destinata a segnare in modo ancora imprevedibile i contorni e i caratteri dei sistemi economici e sociali che abbiamo fin qui conosciuto.
E' la prima grande crisi – finanziaria e nel contempo dell'economia reale - dell'età globale, un'età nella quale il livello di interdipendenza e di interconnessione sistemica delle economie e dei territori, per causa soprattutto della rivoluzione tecnologica nelle comunicazioni e nei trasporti, ha raggiunto livelli mai visti in passato.
La crisi, quindi, è straordinariamente globale e pervasiva, ed è molto difficile per i luoghi, per le imprese, per le comunità, per le stesse singole persone tentare di sottrarvisi.
Per le imprese, in un contesto come questo, prossimità (mercati locali) e lontananza (internazionalizzazione) si configurano come i due “lati” di una sfida nuova.
Un'internazionalizzazione sempre più difficile e rischiosa (si pensi alla crisi delle grandi banche più esposte sul mercato globale, o a quella delle imprese globali dell'automobile) può sospingere, e di fatto sospinge, a strategie più attente ai mercati locali (nazionali e sub-nazionali), che probabilmente verranno sempre più sostenuti dai poteri politici attraverso la spesa pubblica, in una dialettica nuova fra “locale” e “globale”.
Nel contesto della crisi, è in atto, come è evidente, una rivalutazione del “pubblico” (più Stato, di cui si manifesta un disperato bisogno) rispetto al “privato” (meno mercato, per salvarlo dai suoi fallimenti), ma insieme è anche in atto, in qualche misura, un recupero del valore della prossimità, del mercato locale, del consumo locale. Già lo si era visto, peraltro, nel periodo di più forte crescita dei prezzi del petrolio, prima che esplodesse la fase recessiva (ma va rilevato che dopo la sua fine i prezzi riesploderanno inevitabilmente), quando la lontananza era in qualche modo tornata ad essere un costo significativo per i consumatori e per le imprese.
Due settori, in particolare, sembrano evidenziare in modo più persuasivo il senso e le ragioni di questa analisi: quello agricolo e quello dell'artigianato e delle piccole imprese.
Per quanto riguarda il primo, è in atto, come è noto, e non solo in Italia (è la filosofia di Slow Food) ma a livello internazionale, una sorta di revival dell'idea di produzione locale per il mercato locale. Che senso ha (e quali costi ha, anche in termini ambientali) far circolare per il mondo beni agricoli che potrebbero benissimo essere prodotti e consumati in contesti locali, con reciproco vantaggio delle famiglie e delle imprese? In una prospettiva di questo tipo, il vantaggio non è solo per i paesi sviluppati, ma anche per quelli poveri, che potrebbero in questo modo tentare di conseguire, o semplicemente recuperare, un qualche grado di autonomia alimentare e nel contempo sottrarsi anche ai costosi condizionamenti (sementi brevettate, monocolture imposte ecc.) delle grandi multinazionali del settore agro-alimentare.
Per quanto riguarda l'artigianato e le piccole imprese, i due “lati” del mercato globale e di quello locale presentano tradizionalmente, come è noto, un prevalente orientamento nella seconda direzione, legato fortemente ai limiti dimensionali degli operatori in campo.
Per fare un esempio specifico, la recente indagine (pubblicamente presentata il 16 ottobre scorso) realizzata da Cesdi & S.r.l su incarico dell'Osservatorio dell'Artigianato della Regione Piemonte su "L'internazionalizzazione delle imprese artigiane”, relativa quindi ad un'area territoriale avanzata, evidenzia come, sulle più di 135.000 imprese del settore in Piemonte, circa 5.400 abbiano rapporti con operatori e clienti di altri paesi e, sul piano delle percezioni e delle intenzioni, il 48% consideri l'attività sull'estero “marginale”, il 42,8% “sperimentale” e solo (ma un “solo” del tutto relativo data la natura del settore) il 9,2% “strategica”. La ricerca evidenzia anche la difficoltà di fare incontrare efficacemente la domanda e l'offerta di servizi e di supporti all'internazionalizzazione e, nel contempo, l'opportunità di superare “servizi generalistici” e “interventi a pioggia” (di scarso interesse per la maggior parte delle imprese) per realizzare invece strategie di sostegno all'internazionalizzazione caratterizzate “da interventi calibrati su precisi target di imprese e da progetti specialistici”.
Nel contesto della crisi sistemica in atto, può dunque essere opportuno ripensare in qualche misura la dialettica fra i due “lati” del locale e del globale, proprio a partire da due realtà significative come quella agricola e quella dell'artigianato e delle piccole imprese. Non si tratta affatto di rinunciare alla promozione del processo di internazionalizzazione delle imprese, anche minori, o di passare dal liberoscambismo a forme più o meno mascherate di neo-protezionismo, ma di rendere visibili e valorizzare tanto le opportunità (e i rischi) del mercato globale quanto le opportunità (e i rischi, che pure ci sono) di quello locale.
Sono le circostanze, la variabilità dei contesti e delle congiunture a determinare in buona misura la consistenza e il peso relativo di queste opportunità e di questi rischi.
L'internazionalizzazione, come del resto la scelta fra pubblico e privato, non deve essere in nessun caso un scelta ideologica, di principio, da far valere per tutti e su tutto.
Forse, in certi casi, la saggezza empirica degli agricoltori e degli artigiani, la loro prudenza quasi “famigliare” non è un limite culturale, un ostacolo alla modernizzazione e allo sviluppo, ma è invece un valore che può aiutare i decisori e le istituzioni a non rincorrere, con esiti spesso negativi, in qualche caso gli entusiasmi e in altri invece le paure.
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| InterImprArtigiane2008.pdf | 1.97 MB |

